In nome delle donne e lesbiche, di quelle che denunciano e di quelle che non hanno il coraggio di denunciare

In nome delle donne  e lesbiche,
di quelle che denunciano e di quelle che non hanno il coraggio di denunciare

Considerato:
–    che in data 25 settembre 2006 una giovane donna, una di noi, subiva un aggressione fisica e sessuale.
–    che la stessa denunciava alle autorità giudiziarie l’aggressione subita e, attraverso questo atto, chiedeva giustizia per l’offesa subita e rivendicava in quanto donna il diritto a vedere rispettata la propria autodeterminazione e integrità psicofisica
–    che la ragazza ha fornito da subito agli inquirenti un racconto preciso e circostanziato.  La polizia fu chiamata dai passanti che la videro urlante e insanguinata. Lo studente fece da subito  parziali ammissioni conducendo gli agenti al luogo del delitto. Anche i riscontri medici confermavano l’avvenuto rapporto sessuale e le violenze.
–    che le autorità giudiziarie ritenevano sussistenti i presupposti per l’arresto di Federico Fildani e Francesco Liori e, a seguito del giudizio di primo grado, li condannava ad anni 2 e mesi 10 di reclusione, ritenendoli colpevoli del reato di  violenza sessuale di gruppo e lesioni personali
–    che la sentenza di condanna fondava su prove di colpevolezza gravi, precise e concordanti.
 Il magistrato, per le prove scientifiche della violenza e per  la minuziosa descrizione dei fatti condannò i due, nonostante questi sostenessero che la ragazza fosse consenziente.
 
–    che la seconda sezione della Corte d’Appello, su richiesta conforme del sostituto procuratore generale, ha assolto i due dall’accusa di stupro, confermando per uno solo la condanna per lesioni
–    che il difensore di fiducia di uno dei due imputati ha dichiarato «Sono lieto che sia emersa la verità, le femministe farebbero bene a scusarsi: senza i coretti e i condizionamenti forse sarebbe emersa già in primo grado»
Rilevato:
–    che la violenza sulle donne in Italia uccide più della mafia, più della criminalità organizzata italiana e di quella straniera (Eures – Ansa 2006)
–    che per una donna essere stuprata è peggio che essere uccisa, perché ne provoca la morte interiore, significa vedere vinta e violata la propria libertà di scelta e di autodeterminazione
–    che maggiore è la “legittimazione” (culturale, sociale, giuridica)  a idee e  pratiche sessiste, maggiore sarà l’intensità delle violenze contro le donne ed il rischio che venga portata alle estreme conseguenze
–    che lo Stato ha l’obbligo di “modificare gli schemi ed i modelli di comportamento sociali e culturali degli uomini e delle donne, al fine di ottenere l’eliminazione dei pregiudizi e delle pratiche, consuetudinarie o di altro genere, basate sulla convinzione dell’inferiorità o della superiorità dell’uno o dell’altro sesso o sull’idea di ruoli stereotipati degli uomini e delle donne” (art. 5, CEDAW)
–    che se la donna viene rappresentata e considerata come un oggetto sessuale, l’uomo nel momento in cui riceve un si si ritiene legittimato a trattarla come un giocattolino di sua proprietà. Ma se la donna dice basta vuol dire basta, se la donna dice no è no. Se la donna dice te la do non vuol dire fanno quello che vuoi. Il consenso cessa nel momento in cui viene espresso dalla donna il diniego alla prosecuzione degli atti sessuali. E quando non c’è più consenso c’è stupro.
–    che se i magistrati non riescono a tradurre in sentenza queste considerazioni di base, violano i diritti fondamentali delle donne.
–    che quando c’è la prova fisica dello stupro, e c’è la denuncia, se del consenso c’è la parola della vittima contro quello dello stupratore, deve valere quella della vittima  e non quella di chi può mentire e cerca l’impunità per la scopata di una sera.
–    che i magistrati devono essere formati a riconoscere le forme della violenza sulle donne e le dinamiche di ricerca di impunità dei predatori sessuali, per evitare che riescano nel loro disegno criminoso.
–    che invece troppo spesso il diritto riproduce attraverso le sentenze quegli schemi maschilisti di pensiero che appartengono agli stupratori, legittimandone il comportamento e negando credibilità alle già poche donne che scelgono di denunciare, dipingendole come malvagie seduttrici che provocano l’uomo, giocano a dirgli si e poi si ritraggono.
–    che invece noi vogliamo magistrati competenti in grado di mettersi al momento della decisione la maschera di persone e dismettere quella di maschi, per poter davvero dare una giustizia di genere
–    che esigiamo che nessun difensore mai più confonda la verità processuale con quella storica, l’amministrazione del diritto con la rivendicazione politica: le femministe e lesbiche sanno che A. è stata stuprata da Fildani e Liori  e rivendicano la denuncia politica della rivittimizzazione subita da chi ha scelto di denunciare e per aver chiesto giustizia paga ancora le conseguenze psicologiche, un secondo stupro, un tatuaggio impresso dallo Stato sul suo corpo! E’ immorale mettere in discussione la lotta contro la violenza sulle donne per uno stupratore assolto!
            Per tali motivi:
            Rivendichiamo
–    che per ogni donna stuprata e offesa siamo tutte parte lesa
–    che quando diciamo no vuol dire no e quando diciamo fermati vuol dire fermati
–    che non ci sarà democrazia e libertà per le donne fin quando non ci sarà una giustizia di genere, amministrata non da maschi e da femmine ma da persone consapevoli di come si producono le dinamiche di controllo del corpo e della libertà delle donne e lesbiche alla base dei reati sessuali, dei maltrattamenti in famiglia, del mobbing e degli atti persecutori.
–    che nessuno mai otterrà le nostre scuse per aver legittimamente esercitato il diritto di critica e il diritto di manifestare per il riconoscimento dei nostri diritti fondamentali
–    che sempre ci saremo, per rivendicare i nostri diritti ed il riconoscimento giurisdizionale della inviolabilità dei nostri corpi e della nostra autodeterminazione

Esigiamo il riconoscimento
–    del diritto a una vita libera da ogni forma di violenza
–    del diritto a vedere condannato chiunque agisca oltre a ove la donna lo consenta, perchè senza consenso è reato, è violazione dei diritti fondamentali delle donne e lesbiche
–    del diritto a essere giudicate da giudici competenti  che riconoscano nel rispetto della dignità delle donne (per bene o per male, il giudizio non deve toccare noi e la nostra moralità) un valore fondamentale, da tutelare aldilà delle personali convinzioni e del sesso di appartenenza

CONDANNIAMO IL FEMMINICIDIO ANCHE QUANDO SI MANIFESTA ATTRAVERSO DECISIONI INGIUSTE, perchè siamo convinte che per noi il vero rischio sia il silenzio e l’inazione, sia far finta che non sia successo niente, sia lasciare che l’ingiustizia si rinnovi anno dopo anno. IL VERO RISCHIO E’ ACCETTARE LE COSE COME SONO, PIUTTOSTO CHE LOTTARE PER COME POTREBBERO ESSERE.

Noi al silenzio, alle scuse ai lamenti preferiamo la lotta !

Diciamo basta alla rivittimizzazione istituzionale delle donne che scelgono di denunciare le violenze subite!

Diciamo basta all’impunità per gli stupratori!

Diciamo basta al femminicidio di Stato !

Per ogni donna stuprata e offesa, siamo e saremo parte lesa!

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